Si è conclusa, domenica 17 aprile, la mostra “Anatomia dell’esistere”.
Ottima la scelta della location, lo studio d’arte “Evasioni” del maestro Giulia Spernazza, a due passi da piazza Venezia. Lo spazio, se pur piccolo, conteneva sia i versi del poeta Raoul La Rosa che le fotografie, che si ispiravano ai versi, firmate da Giorgia Gallinari, Virginia Mazzoni e Mario Michele Pascale. Quest’ultimo ha svolto anche le funzioni di curatore.

L’impatto visivo della mostra è stato positivamente straniante; parlando di un mix tra poesia e fotografia la prima cosa che si pensa è immagini incorniciate nella classica formulazione del 20×30 o giù di lì, con i testi a piè di immagine, magari su di un leggio. Immagine sacrale, religiosa quasi, cui manca solo un inginocchiatoio ed un saio. Formulazione che sarebbe stata stancante e noiosa. Il curatore invece ha avuto un momento di genialità proponendo un mix grafico di grande effetto su teli banner che coprivano integralmente le pareti. Testo poetico, immagini, didascalie, pur mantenendo ognuno la propria autonomia e rimanendo singolamente fruibili, sono stati amalgamati in forma grafica diventando qualcosa di diverso dai punti di partenza estetici e letterari.
In pratica si è trattato di un’esposizione di poesia, fotografia e grafica.
L’impatto con il materiale, poi, è stato sublime; i banner, tanto per intenderci, sono quelli che vediamo quotidianamente veicolare la pubblicità; plastica semirigida, lucida, che viene legata, in genere, attraverso occhielli, con corda a sostegni di fortuna.
E’ stato un piacere poter toccare realmente, fisicamente, l’arte e la poesia.

I versi di Raoul La Rosa si prestavano a questo effetto straniante; parlando di cose apparentemente semplici e quotidiane, il poeta si rivolge con una qual certa brutalità concettuale al lettore, scuotendone le facili e consolatorie verità. Poesie che iniziano in sordina, ma man mano che il verso procede, si trasformano in rasoi. Taglienti.
Le immagini non solo si sono plasticamente adattate senza mai plagiare e senza mai cercare la facile scorciatoia del “ricopiare” la poesia, ma sono andate oltre, approfondendo ancora di più il concetto offrendo all’ospite simboli di immediata comprensione emotiva.
Così, se il poeta parlava della crisi del moderno con “Topolino non è più Topolino”, l’immagine rispondeva riprendendo la creaturalità di un topo morto, ripreso adagiato sull’asfalto nel mentre della putrefazione.

Ottimo il punto di partenza, ottime le fotografie, ottima la cura.
“Anatomia dell’esistere” è stata un’esperienza più che gradevole, un pomeriggio passato in compagnia dell’arte, quella vera.

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