Francesco Carta - Ciminiere

In mostra le viscere delle metropoli.
Un legame profondo, quello che lega l’uomo al suo ambiente; un legame che si interrompe e che riprende, che crea nostalgia, rimpianto e che viene nuovamente soffocato dalle necessità della vita. Da quando, con la nascita della polis greca, l’uomo creò la città tagliando il cordone ombelicale che lo legava alla natura, è nato un legame schizofrenico, fatto di devastazione e volontà di salvare il salvabile.
Il progresso storico e tecnologico ha visto i Romani saccheggiare le risorse naturali del mondo antico, la nuova età del ferro del medioevo, le terribili malattie dell’età moderna, il vapore, l’acciao e l’atomo, portando il rapporto tra uomo ed ambiente ad una drammatica resa dei conti.

Andrea Bancone, Francesco Carta, Maurizio Bono, Elena Salvadori, Dam Mor e Mario Michele Pascale si sono misurati, sotto la guida di Sonia Mazzoli, direttore artistico della galleria Gard di Roma, con l’idea di progresso e con la metropoli. La mostra “Trash global metropolis”, inaugurata il 20 maggio ed ospitata nei locali della galleria, aveva come intento dichiarato quello della ricognizione di quelle zone oscure delle nostre città, che, in genere, sono opportunamente occultate.
Marginalità, rifiuti, viscere.
Eppure gli autori sono riusciti, all’interno del “dark side” dello scenario urbano, a trovare più di uno spunto e più di una speranza. La scelta più semplice sarebbe stata quella di arrendersi di fronte alla quantità e alla riproducibilità tecnica non solo delle merci, ma anche delle ex merci; frammenti di materia definitivamente usciti dal ciclo produttivo; studiati per abbandonare, il più in fretta possibile, dal rango di oggetto utile.
Ne sarebbe derivata una piccola parata di oggetti, una semplificazione ad uso descrittivo del contenuto del cassonetto. Inutile sia da un punto di vista documentario che artistico.
La sfida, perfettamente riuscita, della curatrice e degli autori è stata invece quella di trasformare le viscere della post modernità in una fucina.

Come esempi: Andrea Bancone riesce, con i suoi televisori abbandonati nella natura, a dar vita ad una rivincita del selvatico nei confronti del grande fratello. Il verde sussume e si riappropria dell’occhio televisivo, sconfiggendolo. Orwell ne sarebbe stato contento.
Elena Salvadori, con il suo lavoro di video arte sul concetto di transito, riesce ad estrapolare, dalle masse che si accalcano alle stazioni ferroviarie, uomini e donne reali, donando loro qualcosa che la città e la velocità della produzione gli aveva sottratto: identità e personalità.
Mario Michele Pascale, con l’attacco d’arte “L’aria di Civitavecchia”, rivendica la vivibilità dell’ambiente e rimette l’uomo, e non il grande capitale industriale, al centro del ragionamento.

La ricognizione della città di “Trash global metropolis” è perfettamente riuscita. Quello che abbiamo ricevuto in cambio della nostra visita alla mostra è stata la sensazione che tra cemento e residui industriali, tra gli effluvi delle ciminiere e la putrefazione della merce, vi siano ancora rimasti degli uomini.
E non è poco …

Annunci