Cristiano Mancini - Hey, Piet!

Demoni di carta, torri di babele senza uomini a scalarle, composizioni metropolitane.

La nota dominante della pittura di Cristiano Mancini è il colore. I suoi quadri, indipendentemente dalla tecnica e dai supporti utilizzati, sono un valido esempio di come un artista possa comunicare mantenendo un giusto equilibrio tra gradevolezza estetica e concetto.
Cristino Mancini è una persona di cultura. Non per questo, però, cade nella facile sorciatoia di anteporre il pensiero alla rappresentazione grafica e pittorica, che finirebbe per appesantire ed ingrigire. I suoi quadri, siano essi geometrie o demoni immaginari, rappresentano anzitutto un catalizzatore per l’attenzione dei nostri sensi. Una volta catturata la nostra attenzione, l’autore ci mette seduti e parla.

Quello che ci comunica è il senso della complessità. Le geometrie, mai spigolose e respingenti, sono una rappresentazione, una cartina geografica in scala ridotta della complessità del moderno e, con essa, l’idea del labirinto nel quale si svolge la nostra vita. Ma noi non siamo perduti. Quello del Mancini è un esistenzialismo essenzialmente gioioso. I suoi labirinti e le sue torri dalle mille stanze, ci invitano a trovare una soluzione ed una via d’uscita. Per quanto possa sembrare astruso, il segno grafico dell’artista è essenzialmente morbido; rivolge un amichevole appello al fruitore dell’opera. Anzitutto perdersi nel calore dei colori e nella sofficità delle strutture, poi ritrovarsi.
L’arte di Cristiano Mancini è un gioco di enigmistica e tutti coloro i quali guardano una sua opera fanno parte della partita.

Cosa si vince? Qualcosa che oggi in pochi sono disposti a concederci: la capacità di trovare un senso al reale partendo dalla scomposizione delle sue parti. E’ un gioco double-faces, da un lato labirinto, dall’altro puzzle.
Ma l’arte del Mancini ha anche i suoi demoni, piccoli e colorati, che accompagnano il fruitore in un universo metropolitano in cui tutto sembra crollare, ma perennemente resiste. E’ come vivere sulla scenografia di “Lazy town”, con le sue improbabili case.

Cristiano Mancini - Senza titolo

I “demoni”, cui l’autore ha dedicato una numericamente feconda linea di produzione, si astraggono anche essi dalla tradizione, escono dal “rimosso” freudiano e dal “Giro di vite” di Henry James per vivere accanto a noi ed entrare a pieno titolo nella nostra vita. Colorate ed occhieggianti al fumetto, queste entità hanno poco dell’idea del maligno che ci viene dalla tradizione cristiana, con tutto il suo peso fatto di colpa ed espiazione, avvicinandosi molto di più al “monaciello” delle tradizioni meridionali. Spiriti-bambini, dispettosi, che in un battibaleno mettono a soqquadro la casa, ma che non sono mai veramente ed integralmente malvagi.

Il merito di Cristiano Mancini è quello di portare nell’arte contemporanea un pò di freschezza.
Contro i sepolcri imbiancati ed i vecchi dinosauri, al di là della rigidità del cosidetto “sistema dell’arte”, fuori dai circoli accademici e dalla critica intellettualistica, l’autore ha deciso anzitutto di divertirsi e divertire il suo pubblico.
Ha deciso anche di dire indirettamente qualcosa nel campo minato della cosidetta “politica culturale”; un quadro non è solo un pezzo da museo o qualcosa che ammuffisce in una paludata galleria in attesa di un dollaroso americano, ma è qualcosa con la quale viviamo ed invecchiamo. E’ anche, perchè no, un complemento d’arredo, un memento, simbolo di un periodo particolare della nostra vita che non vogliamo dimenticare, un simbolo filosofico o, semplicemente, qualcosa che copre una brutta crepa nel muro.

Il vero grande merito dell’artista, in questo caso, è quello di affidarsi alla libertà del fruitore. Il quadro si stacca dall’artefice e diventa, nel bene e nel male, parte della esperienza, e nel caso dell’acquisto, parte della vita di chi lo compra.
Affidare ad altri questa responsabilità e questa libertà non è da tutti …

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