Non è possibile indagare l’arte senza far riferimento al panorama interiore dell’artista. Non è possibile analizzare una carriera senza il racconto di quei momenti di vita personale, che l’hanno segnata. Una nascita, o piuttosto una morte. Un incontro, una risposta, un insegnamento.
Per un critico d’arte è imprescindibile la ricerca delle cause che si celano dietro la nascita di un’opera d’arte. Ma la fonte da cui egli attinge è un pentolone di precedenti illustri, di luoghi comuni, appena voltato l’angolo della ratio espressa, v’è il pensiero deducibile ed un primo evidente strato di coscienza percepibile. Esiste dunque una connessione tanto profonda tra Psicologia e Arte da risultare implicita in qualunque discorso, sacro o profano, sull’argomento.

Colleen Corradi Brannigan - Terrore senza fine. Foto di Daniela Russo

La mostra dal titolo “Psyche – anima e corpo”, inaugurata lo scorso 11 giugno e fino al 18, presso il Centro Dedalo per l’arte contemporanea di Castiglione a Casauria (PE), intende onorare il cinquantesimo anniversario dalla morte di Jung con una selezione di opere, italiane e straniere, che sradichino il discorso psicoanalitico dalle sole premesse alla creazione e lo innalzino ad oggetto stesso della produzione artistica, ed ancora, tra gli effetti postumi della fruizione. Un percorso espositivo concepito espressamente come “duale”, necessita delle analisi congiunte di critica d’arte e psicologia:

“La mostra, concepita come un percorso parallelo tra Arte e psicologia, in linea con la formulazione di indagine di psiche intesa come anima, marca un processo continuo di estensione nell’esternare processi inconsci che delineano stati alterati ego distonici: situazioni ossessive, fobie, paure, psicosi”

Diverse sono le installazioni interattive, come quella firmata da Raffaele Gigante, fautrici di uno scambio tra l’artista e il fruitore, per mezzo dell’opera, che sia consapevole e partecipe. Una soluzione che miri ad isolare le possibilità di un’osservazione distratta, di una percezione superficiale.
L’artista Colleen Corradi Brannigan (Pescara, 1971) apre l’esposizione con una scultura che richiama al terrore nazista, descrivendo attraverso la sola gestualità delle mani, un’alternanza di stati d’animo estremi, come la paura, la frustrazione, e la rigidità della morte.
Le opere serigrafiche di Manuel Lau (Perù) vanno a pescare nel repertorio culturale delle sue origini, servendosi di cromìe e bestiari tipici della tradizione peruviana.
Le sovrapposizioni fotografiche di Paolo Cospito (Pescara) rappresentano universi altri, secondo i criteri di una realtà cubista, rende evidenti i segni dell’anima sul volto di alcuni personaggi. Inquietanti assemblaggi di visi fanciulli e sguardi maturi, organizzati secondo un’iconografia pop del ritratto.
Slav Varlakov (Ucraina) si evince la sua preparazione da cesellatore, nelle sue stampe, lavori minuziosi, dalla cui osservazione meticolosa, è possibile percepire lo sviluppo di una serie di storie simboliche di cui equilibrio e bilanciamento costituiscono il leit motiv.
Le litografie di Tomomi Ono (Giappone)rasentano la stessa cura del particolare del suo collega, presentando però l’anima dell’esistenza, implicita nella sua esposizione agli eventi, al tempo e alla caducità cui tutti gli elementi della natura sono soggetti.
L’universo psichico in mostra nelle stampe di Ellen Peckham (USA) è un incubo popolato di mostri, e scandito da un tempo inesorabile.
Per concludere, le fotografie bicrome di Francesco Astolfi suggeriscono i moti di eversione dell’incoscio, dietro l’apparenza e la vita consapevole dell’individuo.

Colleen Corradi Brannigan - Save us. Foto di Daniela Russo

“Ogni artista, concependo le proprie opere all’interno di una rete emozionale estremamente complessa e lastricata mette su “tela” il proprio livello di inquietudine conscia formando una linea guida che demarca in maniera puntigliosa e dettagliata le sfumature più profonde e radicate provenienti dalla psiche-anima che fa da contenitore a tutti gli aspetti di vita-malessere. Le opere lasciano trasparire, ognuna con la peculiarità del proprio autore in base al proprio assorbimento emotivo, un forte livello ossessivo nei confronti dell’evento rappresentato, caratterizzato dalla staticità dell’essere che non è ancora del tutto in grado di sopperire a tali sensazioni ansiogene e psicotiche. Ciò che manca è l’eventuale possibilità di rinascita e di vita nuova a conclusione dell’evento drammatico che ogni artista ha voluto rappresentare. L’ossessione porta alla mancanza di evoluzione perché traumatizza la rinascita al nuovo”.

Una mostra concepita per presentare due facce della stessa medaglia, finisce per evidenziare la connessione profonda, quasi identitaria, tra arte e psicologia. Solidali, nel far fronte ai mali che sono chiamate a codificare. E dunque, il richiamo alla guerra, alla violenza… regina fonte, di quel dolore che lacera la pelle, e sedimenta nell’animo.

Roberta D’Intinosante
(Analisi psicologiche a cura di Luana Prencipe, foto di Daniela Russo)

Annunci