Tra gli anni Sessanta e Settanta il corpo diventa un tema assolutamente centrale in molti ambiti della società, dal costume, alla comunicazione, all’arte. Il museo della fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo (Milano) dedica a quei magnifici anni una mostra,”Il corpo come linguaggio” presentando opere di: Gabriele Basilico, David Bailey, Günter Brus, Maurizio Buscarino, Eugenio Carmi, Carla Cerati, Paolo Gioli, Guido Guidi, Les Krims, Paola Mattioli, Floris Neusüss, Christian Vogt.

Les Crims, senza titolo, 1969

Gli anni 60 e 70 sono momenti di grande cambiamento storico e culturale, cultura hippie, delle famiglie “alternative”, del desiderio di pace e libertà, della liberazione sessuale, del movimento femminista, e poi della contestazione studentesca, delle lotte operaie, delle utopie per la costruzione di una nuova società nella quale la sfera del pubblico e quella del privato possano coerentemente coincidere.
Parallelamente, il corpo inizia a diventare oggetto di consumo. Sono gli anni della minigonna e del topless, e della nuova idea di corpo incarnata da modelle come Twiggy, Jane Shrimpton, Penelope Tree, Verushka.
Ma è anche il tempo della liberazione del corpo, del desiderio di riportarlo alla sua originaria condizione naturale. E’ la stagione dei grandi concerti di Woodstock, dell’Isola di Wight, di Monterey, del Living Theatre, del teatro di Grotowski, dell’Odin Teatret.
In arte, è la stagione degli happening di Fluxus, della Body Art, della performance, azioni artistiche per le quali la corporeità diventa il territorio privilegiato della ricerca dell’identità, sia sul piano esistenziale che sociale.

Christian Vogt, Nudo femminile, 1975-1980

Anche nel campo della fotografia le ricerche sul corpo si intensificano, dando il via a una vasta produzione di immagini spesso innovative dal punto di vista linguistico. Il corpo, diventato vero e proprio linguaggio per gli artisti (secondo l’espressione utilizzata da Lea Vergine nel noto libro Body Art e storie simili. Il corpo come linguaggio, che il titolo di questa mostra intende citare), per la fotografia funziona da punto di partenza per la nascita di nuove soluzioni espressive e narrative. La presa di coscienza sul corpo proprio e altrui coincide spesso con la presa di coscienza sulle potenzialità della fotografia stessa, che viene scelta dagli artisti in quanto strumento duttile, aperto, immediato, non convenzionale rispetto alle arti tradizionali, mentre da parte di molti fotografi si manifesta una crescente tendenza a “cambiare le regole” della fotografia.

La mostra propone al pubblico dodici artisti italiani e stranieri presenti nelle collezioni del Museo (Fondo Lanfranco Colombo, Fondo Paolo Gioli, Raccolta antologica) che utilizzano modalità diverse per indagare il tema della soggettività, della fisicità, degli immaginari del corpo sia femminile che maschile.

Le opere in mostra compongono un universo complesso, molto ricco dal punto di vista delle narrazioni e dei linguaggi: tra le soluzioni più amate vi sono la struttura del racconto-sequenza, la creazione di piccole messe in scena di tono onirico, la presentazione del corpo in forme inaspettate che fanno spazio a immagini lontane dalla realtà quotidiana.

La fotografia si mette alla prova a più livelli, che toccano la dimensione teatrale, letteraria, psicologica, anche sociale, e che rivelano una volta di più quanto la ricerca fotografica tra anni Sessanta e Settanta si colleghi strettamente alle istanze vivacemente portate avanti dalle neoavanguardie, prima fra tutte la Body Art, secondo la quale il corpo stesso diventa strumento espressivo e di misurazione esistenziale.

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