La 54° Biennale di Venezia si appresta a compiere il suo primo mese di esposizione, e le polemiche che l’hanno accompagnata dal suo esordio si moltiplicano, si influenzano vicendevolmente. A partire dalle scelta del titolo, che poco convince anche il curatore del padiglione italiano, Vittorio Sgarbi. ILLUMINAZIONI, giustificato sul frontespizio del depliant-mappa prodotto per l’evento, con le parole che seguono: “dal tema della luce, alla poesia di Arthur Rimbaud, dagli scritti di Walter Benjamin, alla struttura fatta di padiglioni nazionali della Biennale stessa” (Bice Curiger, curatrice di questa edizione ).

Padiglione Arabia Saudita - Raja and Shadia Alam, The Black Arch. Foto di Valentina Grandini

Ne sono stati redatti già moltissimi di articoli inerenti questa Biennale, come sempre accade. Chi non l’ha visitata, può conoscerla attraverso le parole e le immagini che imperversano in rete e nelle riviste specializzate. Ciò che intendo fare io è analizzare una polemica non innovativa, che punta il dito contro la divisione in padiglioni nazionali, ritenuta obsoleta, nel panorama globale. Questo, mentre il numero dei paesi partecipanti sale ad 89, rispetto ai 77 dell’anno precedente; mentre Sgarbi elabora un’idea di padiglione italiano che superi le limitazioni architettoniche e che ancora evada dai confini Veneziani, creando eventi targati Biennale anche in altre città d’Italia. Scavalcando quindi il principio di rappresentanza e coinvolgendo attivamente l’intero paese in quello che è il principale evento artistico nazionale.

Pannello pubblicitario : Illuminazioni - Foto di Daniela Russo

Si accusa, quindi, la Biennale di anacronismo e si auspica da qualche parte, l’eliminazione di queste divisioni in nome della creazione di un’unica e indifferenziata comunità dell’arte, comunità narranti o cognitive, secondo una definizione sociologica, che attraverso la comunicazione e non la tradizione cercano un senso condiviso del reale. Dunque la Biennale come sede privilegiata del postmodernismo di Lyotard: l’assenza delle grandi verità, assenza di vecchie certezze e il luogo in cui nuove certezze, semmai, si creano. La legittimità di questa sede si rinviene anche nella definizione che di artisti si trova in The Radicant di Nicola Bourriad: “esseri migranti, come erranti in continua traduzione e trasformazione, capaci di raccogliere e inventare nuove connessioni nel panorama culturale”.
Apolidi per sensibilità dunque, ma capaci di sintetizzare i differenti stimoli che promanano da culture differenti. E sebbene l’appartenenza comunitaria sia un concetto sbiadito in questa nostra società globale, essa è stata comunque il principio. Per questo, l’idea di un artista come una tabula rasa che assorbe culture indistintamente, evoca disordine. Evoca l’assenza di una struttura con la quale confrontarsi. Un’appartenenza è una struttura, è un terreno di valutazione, è la conditio sine qua non alla consapevolezza. Una Biennale senza padiglioni sarebbe come svegliarsi in un luogo sconosciuto, senza riferimenti spazio-temporali. Il senso di sradicamento profondo creerebbe il disorientamento nel fruitore e già l’estraniamento nell’artista. Associato per intenti, privato di un’identità originale. Il cittadino del mondo non è quello che fugge dalla propria comunità, ma piuttosto quello che partendo da un punto di vista particolaristico, ha la capacità di guardare all’universale, condividendo con le altre culture, i vuoti e i pieni di questa realtà oggettiva.

Roberta D’Intinosante

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