Una stanza degli specchi, un gioco di riflessi e rimandi, come nell’opera di Corrado La Mattina – Dall’Acheronte a Lampedusa: lo scheletro di una barca riflessa in uno specchio a forma di teschio. Presagio di morte, evocazione di un percorso che ha la morte stessa come passaggio obbligato. Ch’essa sia la premessa ad una silente navigazione sull’Acheronte, o il rischio calcolato di un viaggio che ha come meta la vita, come strumento la disperazione, o tante volte la speranza … ne costituisce il leit motiv. Dunque il Palazzo delle Arti, Napoli, la città che Benedetto Croce definì “il Paradiso abitato dai diavoli”. E la Divina Commedia.

Corrado La Mattina : dall'Acheronte a Lampedusa

Il poema dantesco è infatti il tema di una collettiva promossa da Largo Baracche Project in collaborazione con il PAN di Napoli e il Polo delle scienze umane e sociali dell’Università degli studi di Napoli Federico II. Una mostra che coinvolge gli artisti selezionati in una riflessione polivalente, che ha come punto di partenza le tre cantiche e il destino delle anime ivi descritte, e il mondo odierno, la società odierna e la Napoli odierna. Una selva oscura in cui la legge del contrappasso sembra essere stata invertita, in cui l’intento dell’opera non è più mostrare la strada di una conversione e di una salvezza possibile, ma il ritratto, fluido e coerente, dell’imprescindibilità di determinate scelte. Quando il confine tra volontà e contaminazione appare così labile che è impossibile discernere e, una deriva ristagnante è un’immagine prevedibile del mondo che viviamo. Frustrazione, impotenza sono annichiliti, da quel senso di imperturbabilità che governa le nostre giornate identiche.

Silvio Orlando sull'inginocchiatoio dell'installazione di Salvatore Mauro - Ave maria. L'attore ha prestato la sua voce per l'opera di Krzysztof M. Bednarski ivi esposta.

L’anima è l’identità del defunto, ma in questo purgatorio perenne, istigati dal vizio e rabboniti da virtù spicciole, le anime sono ombre di identità assenti, come in Absence 08 di Girolamo Santulli, pallide delineazioni umane, nude, immerse in un candore prepotente. Il peccato e l’espiazione sono scelte troppo gravose, radicali, l’uomo postmoderno ambienta un paradiso modesto in un inferno contenitivo, dove il male sfugge a qualunque rassicurante categorizzazione e diventa informe, “diffuso”. Mentre il bene, quello sì, è troppo complesso per essere attuato in modo spontaneo, ed allora ha bisogno di scatole, di icone a cui far riferimento per potersi dire, dolcemente “sì, questo è bene”. Beatrice è un’icona del Paradiso, è un’icona del bene in sé che è Dio, la religione, la Chiesa, il bianco, il velo: Marta Jovanovic – Beatrice.
La Divina Commedia curata da Mariano Ipri, Giuseppe Ruffo e Pietro Tatafiore attinge al repertorio morale del poema dantesco e si struttura come emanazione spazio temporale di essa. È probabilmente questa la ragione di quei piccoli Dante che, liberi nell’aria, si allontanano dalla figura principale del poeta, nel logo scelto della mostra.
L’installazione di Salvatore Mauro – Ave Maria esprime magistralmente quel bivio, costante nella storia, in cui l’uomo si trova quando è chiamato a scegliere tra bene e male, vizio e virtù, inferno e paradiso. Teso tra la voglia di emanciparsi attraverso la scienze e la necessità di accecarsi ed affidarsi a meni onnipotenti. Una teca illuminata, piena d’acqua, un inginocchiatoio flesso: “Nelle cose che riguardano Dio, noi crediamo per poter capire, perché se volessimo prima capire per poi credere non riusciremmo né a credere né a comprendere”.

Roberta D’Intinosante

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