Il rapporto che intercorre tra chiesa ed arte è antico. L’arte, l’icona, il segno, ha rappresentato per più di millecinquecento anni la lingua privilegiata attraverso la quale la gerarchia ecclesiastica cattolica comunicava, in forma chiara e semplice, l’essenza della religione. Per quanto il pubblico potesse essere atterrito dalla virulenza delle immagini, l’arte era una forma di dialogo: suggeriva la dottrina ma creava anche stati d’animo, sensazioni e sentimenti che erano capaci di fermentare ed aprire spazi di riflessione nei fruitori.

Max Cole - Saltflat. Foto Mario Michele Pascale

L’avvento della stampa, la crescente alfabetizzazione della società, i vari scossoni e tentativi di iconoclastia, non hanno interrotto il rapporto tra artisti ed ecclesia, ma lo hanno solamente spostato di livello. Più che rivolgersi alle masse, l’arte sacra, dopo la riforma, l’illuminismo ed il positivismo, inizia a parlare agli intelletti; più che descrivere emotivamente essa solleticava la mente, ponendo interrogativi sempre più alti e riflessioni che interessavano l’interno della chiesa stessa.

L’ultima grande rivoluzione nella struttura ecclesiastica, la scoperta dei mezzi di comunicazione di massa e la loro valorizzazione voluta da Giovanni Paolo II, ha però spiazzato gli artisti, che sono rimasti privi di qualsiasi “funzionalità”. Al segno pittorico si sostituisce l’apparizione televisiva od il video su youtube; alla riflessione attraverso l’immagine l’articolo o l’approfondimento sulla stampa. Di converso la metafisica, il rapporto con dio, passa ora attraverso percorsi di fede che hanno dell’elitario, ingabbiati nella reazione di chiusura e di riflusso, più o meno consapevole, di molti settori della chiesa di fronte alla grande apertura del concilio vaticano II.

L’arte, non più forma di comunicazione o elemento di trasmissione delle idee, nè strumento di riflessione, diviene pura e semplice “funzione”: l’unica forma d’arte che resta “sacra” è l’architettura che, però, non parla più attraverso i volumi, la luce degli ambienti ed i decori. Non si creano più grandi chiese, ma sopratutto nuovi enormi reliquari. L’arte come momento di socializzazione del mistero della fede è stato, in un rigurgito di medioevo, sostituita dalla carne del santo, più o meno ben tenuta, attorno alla quale i fedeli ruotano e con la quale hanno un rapporto di soggiacenza e non di comunicazione.

Kengiro Azuma -Goccia d’acqua, ciclo della vita”. Foto Mario Michele Pascale

La mostra dedicata ai sessanta anni di sacerdozio di Benedetto XVI “Lo splendore della verità, la bellezza della carità”, in corso di svolgimento presso la Sala Nervi del Vaticano, è proprio lo stilema di questa crisi di identità dell’arte sacra. A parte pochi lavori in tema, la mostra è apparsa poco attinente sia al titolo che alla sacralità. A dire il vero l’impressione generale, visitando la mostra, è quella di una vera e propria accozzaglia; si accomunano pochi artisti che cercano, con la propria espressione estetica, di indagare il nesso tra finitezza umana ed infinito e che quindi, anche se in maniera traslata e forzata fanno “arte sacra” (è il caso del giapponese Kengiro Azuma, che presenta un’opera visibilmente ispirata alla filosofia zen) ad altri che francamente non meritavano di partecipare ad una mostra così importante. Cosa c’entrino con la carità, la verità, la fede o semplicemente con un anniversario di ordinazione sacerdotale l’opera dell’americana Max Cole (una semplice e banale successione orizzontale di toni di grigio) o il “fuoco sacro” di Simona Wellner, che non brilla, non riscalda, non brucia e non da calore interiore, è un mistero.

Joannis Kunellis - senza titolo. Foto Mario Michele Pascale

Francamente imbarazzante, molto imbarazzante, l’opera “Senza titolo” di Johannis Kunellis, la cui presenza, in quella sede ed in quel contesto, non sarebbe giustificabile neanche dagli arzigogoli linguistici e dalle capriole intellettuali di un Martin Heidegger. In verità le opere apparse maggiormente in tono e più significative da un punto di vista artistico sono state quelle prodotte da autori meno noti. Un plauso va al fotografo Gianni Berengo Gardin e alla sua opera del 1993 “Taranto”. Si tratta di un frammento di una processione del cristo morto in cui un fedele, avvicinatosi alla statua del nazareno, allunga una mano per carezzarne la guancia. Un atto di semplice devozione, riscontrabile ovunque, banale e quasi patetico. Ma è indubbio (e se lo dice un agnostico quale io sono bisogna crederci) che in questo fotogramma vi è la rappresentazione grafica di un rapporto profondo e, quindi, di uno scambio tra l’uno e l’altro. Il nazareno esce dalla canonicità liturgica e diviene persona, cui un’altra persona si accosta. L’opera ha, in questo caso, il magico potere della semplicità ed il suo messaggio arriva immediatamente al fruitore. Non è poco.

Gianni Berengo Gardin - Taranto. Foto Mario Michele Pascale

Ma il grosso difetto della mostra è nella cura. Per quanto il cardinale Ravasi, presidente del pontificio consiglio per la cultura, possa essere un’autorità in materia religiosa è indubbio che come organizzatore e curatore abbia fragorosamente fallito. Lo stesso Osservatore Romano esprime le sue perplessità sull’evento, arrivando a dire che molti dagli autori scelti da Ravasi sono stati “intimiditi dal tema e dalla destinazione” e “si sono autocensurati diventando irriconoscibili”. Una maniera carina per dire che le opere erano molto al di sotto delle aspettative.

Il cardinale Gianfranco Ravasi

Ma al di là della scelta degli artisti, fatta molto più per compiacere l’aureo mondo dell’arte che per bravura effettiva, molte cosa fanno acqua. Ad iniziare dalla scelta della location: con tutta la buona volontà l’atrio dell’aula Nervi è un atrio, non uno spazio espositivo. Questo ha comportato seri problemi di illuminazione e, quindi, di fruibilità delle opere; le vetrate a soffitto dell’ambiente rendevano praticamente impossibile “governare” la luce, creando uno strano gioco di riflessi che ha penalizzato sopratutto la fotografia ed i pezzi di oreficeria esposti in teche.

Ma gli artisti? Quanto si saranno sentiti a loro agio presentando opere visibilmente non in linea con la mostra? Purtroppo anche qui il marketing regna sovrano: come dire di no ad un apparato pubblicitario simile, al lavoro (ottimo e gratuito) della sala stampa vaticana, alla grande cassa di risonanza che le celebrazioni del sessantesimo dell’ordinazione sacerdotale del Papa? Come fare tanto, tantissimo marketing … con i soldi degli altri?

Parigi, insomma, vale bene una messa …

 

Mario Michele Pascale

AA VV

“Lo splendore della verità, la bellezza della carità” 

Sala Nervi, Città del Vaticano, Roma

5 luglio – 4 settembre 2011

orario 10-19

Ingresso gratuito

 

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