Le opere di Mivà nascono da quegli aliti d’infinito sui quali si aprono le “Attese” di Lucio Fontana, in un crocevia ideale tra queste e la metrica scultorea di Fausto Melotti.
L’esigenza eminentemente umana di distinguere l’ordine dal caos è all’origine della geometria: la ricerca dell’ordine e della perfettibilità, è ottenuta attraverso la capacità di riconoscere le strutture sintetizzandone gli elementi costitutivi. Kim Williams ci ricorda come “la capacità umana di riconoscere le strutture è uno dei nostri istinti di sopravvivenza […]lo sviluppo della capacità di riconoscere una struttura divenne poi un piacere fine a se stesso. Così nacque l’estetica”.

Mivà - Il muro di Berlino. Foto di Virginia Marrone

La ricerca artistica di Mivà si svolge nella direzione di una comunicazione immediata, organizzando geometricamente significante e significato in una biplanarità armonica. La sfera è lo strumento comunicativo principe, sovrana della percezione fluida, la forma pregnante, in quanto per semplicità e regolarità estreme si presta meglio di altre ad essere colta all’interno di un sistema visuale. Per cui Mivà sceglie la sfera, la pallina bianca e la colloca all’interno di uno schema metrico: “suono e ritmo devono trovare il loro equivalente nel colore e nella forma, senza coinvolgere le emozioni dello spettatore” scrive Carlo Belli in Kn. E allora una tavola monocroma, una pallina bianca, tre colori. La gestualità, nell’atto preciso di fermare un oggetto ontologicamente dinamico – poiché essa non poggia su un piano ma su un qualunque punto della sua superficie, rendendo la sua instabilità una qualità intrinseca – acquista un valore fondamentale, poiché da una siffatta scelta tecnica deriva un tangibile effetto drammatico. La pallina che non può liberamente rotolare lungo la superficie, esprime una necessaria immobilità a fini espressivi. Un gesto che nella sua perentorietà assomiglia al taglio di Fontana, una lacerazione che significa annullamento e ricostruzione, che apre un varco su un altro mondo, su un nulla colmo di potenzialità. La potenzialità del gesto di Mivà è una nuova didattica. La narrazione si svolge entro la griglia di una percezione subitanea che non intreccia un dialogo con il fruitore, lo ammutolisce.
La Regina Viarum, nient’altro che la sintesi, visuale, di uno spettacolo che non possiamo non immaginare come truce, cruento. L’artista gioca con la nostra mente, con le sue figurazioni, con la sua memoria, coinvolgendola in una serie alternata di forme sferiche e sovrapposizioni realistiche, nostre invenzioni, rispetto alle quali ella si pone quasi incolpevole, ammiccante però. Mivà si rivolge direttamente al nostro intelletto, lievemente carezzando l’intermediazione dei nostri sensi, così come Melotti stesso intendeva.
Brandelli di storia, leggende, drammi appartenenti all’uomo singolo quanto all’umanità intera. Una narrazione limpida, che non ha altro intento che questa, il racconto puro, privo di qualunque orpello, privo di qualsiasi giudizio che sia morale, personale, sociale. Mivà non giudica, racconta. Realizza il suo mosaico silente, atona e drammatica. Curandosi soltanto della verità e dell’efficacia comunicativa. Atona e drammatica. Bianco, nero e rosso.

Mivà - Comunità europea islamica. Foto: Virginia Marrone

“Il genio è un uomo che dopo aver messo in ordine il passato inventa l’avvenire” , parole di Fausto Melotti. Materiali poveri incasellati secondo le regole delle metrica in racconti di commovente bellezza: e dunque i suoi Teatrini, forme orchestrate con la grazia e la leggerezza di una passeggiata tra nuvole candide, verità storiche appena sussurate, parole scelte nel gergo che può andar bene per gli angeli e che gli uomini di questo mondo non saprebbero ascoltare. O piuttosto, le parole di una madre premurosa che alla sera racconta una favola al suo bambino, perché conosca il pericolo del Lupo, ma che gli insegna, anche, dove il Lupo non potrà trovarlo.
Cattiva strada esemplifica quel sentimento di inquietudine che un linguaggio certo, semplice, chiaro, può indurre nell’osservatore, non generando in lui sentori vaghi, o confusi disagi. L’uomo infatti, ha convogliato, in pochi luoghi comuni, i mille pericoli a cui ogni giorno è esposto, categorizzando la paura in uno schema tuttavia rassicurante, nient’altro che l’illusione di poter disporre preventivamente le armi per affrontare un timore previsto, incanalato. In questo modo crescono diffidenza e individualizzazione; il cittadino globale scruta il vicino e coltiva sentimenti xenofobi.
Per questa ragione, gli amorevoli moniti di Mivà, si rivolgono ad un uditorio di bambini già indottrinati di paure sociali, troppo grandi, troppo internazionalisti per ricordare quanto il buio, semplicemente il buio, possa fare paura.

Roberta D’Intinosante

Dal 14 al 27 Luglio è presente alla mostra
“L’esperienza umana, tra concetto ed essenzialità”.
c/o Auditorium Sant’Agostini, Piazza Duomo Atri (TE)

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